in the instantly forgettable






Pirelli Calendar 1973 | Brian Duffy
(ana_lee: Pirelli Calendar. Начало. 1963-1973.)

Pirelli Calendar 1973 | Brian Duffy
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Pirelli Calendar 1968 | Harri Peccinotti
(ana_lee: Pirelli Calendar. Начало. 1963-1973.)

Pirelli Calendar 1968 | Harri Peccinotti
(ana_lee: Pirelli Calendar. Начало. 1963-1973.)







boooook:

「表紙とカバー-世界のペーパーバックデザイン-」 江口宏志 ピエ・ブックス 読了。

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rockmountain-saltsea:

Master Hare 

Sir Joshua Reynolds 

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ratak-monodosico:

Gli occhi di Santa Maria in Trastevere













 
Questo intarsio marmoreo si trova a S.Maria  in Trastevere nella prima cappella entrando a destra e questa sembra  sia la sua storia che iniziò in via della Lungaretta e si concluse in S. Maria  in Trastevere.
 

Al numero 43 di quella strada alla fine del  Settecento, abitava un mercante molto ricco che aveva un figlio sui 20 anni:  Cesaretto. Cesaretto era uno scapestrato, sempre all’osteria a bere e a lanciare  i dadi, o in casa di qualche prostituta. Rissoso usava il coltello come  pochi.
Il vero movente all’origine di quella furiosa  rissa con Nino, il suo migliore amico, non si conobbe mai. Donne? Debiti di  gioco? Sta di fatto che l’oscura faccenda suscitò un violentissimo duello che  ebbe luogo dietro l’Ospizio dei Genovesi. Qui Cesaretto dopo un ultriore  alterco estrasse il coltello e infilò sei pollici di lama affilata, nello  stomaco dell’amico. Nino restò in piedi un momento, appoggiando la schiena al  muro, e guardò fisso, con gli occhi sbarrati l’avversario, senza una parola,  senza un lamento. Poi lentamente si accasciò in una pozza di sangue. Cesaretto  fuggì  e pagando dei contrabbandieri, passò al sud, nel Regno dei Borbone.

Fu nel suo esilio che dette i primi segni della  sua ossessione disegnando occhi dove capitava, incidendoli con la punta del  coltello sui tronchi o disegnandoli col carbone sui muri.
 
Passarono anni fino al mattino di novembre freddo  e piovoso che vide Cesaretto tornare a Roma. Sicuramente non era più il  Cesaretto che aveva lasciato la città fuggendo. Camminava curvo, aveva gli occhi  infossati, e malgrado fosse sui trentacinque pareva un vecchio: stempiato, i  pochi capelli precocemente ingrigiti. Soprattutto chi lo ricordava arrogante,  borioso e violento, ora lo vedeva spento e timoroso, come tormentato da qualche  fantasma. Aveva gli occhi infossati e lo sguardo allucinato, un continuo leggero  tremito gli scuoteva le mani. I marinai del battello su cui aveva viaggiato,  raccontarono strani episodi. A volte durante la navigazione essi avevano pescato  grossi pesci con grandi occhi rotondi. Lui urlava che togliessero quei pesci  dalla sua vista perché lo guardavano e lo facevano impazzire. Altre volte era  salito sul ponte della nave durante la notte, e urlava ai demoni che lo  tormentavano di tornare tra le onde e di lasciarlo in pace.
Continuava a vedere occhi che lo scrutavano.
 

La madre soffriva le pene dell’inferno nel  vederlo ridotto in quello stato e lo esortava, anzi lo spingeva in ogni modo a  rivolgersi a don Sebastiano, viceparroco di S. Maria, un prete di cui quella  donna aveva grandissima stima. Cesaretto era caparbiamente contrario a  quell’incontro. Quando i fratelli minacciarono di portarlo fin là con la forza  si chiuse e digiunò per tre giorni. Finché un giorno accadde qualcosa di molto  diverso. Una mattina vedendo sua madre piangere disperata Cesaretto si scosse,  parve prendere una decisione, sembrò tornare ad essere quello di un tempo,  risoluto ed energico, ma aveva un’espressione disperata e così cupa da  impressionare. Si vestì con gli abiti della festa uscì e prese via della  Lungaretta verso piazza S. Maria in Trastevere. Camminava come un automa ed era  pallido come un morto ma si diresse decisamente verso la chiesa, esitò un attimo  sotto il portico e si appoggiò al muro, infine entrò. Ma non si diresse verso la  sagrestia dove poteva trovare don Sebastiano. No. Si diresse verso la prima  cappella della navata destra che allora aveva la cancellata aperta. Entrò e si  pose davanti alla perete a destra entrando, e a bassa voce disse: “Basta, ti  chiedo perdono, lasciami in pace” poi si mise una mano alla gola, e l’altra al  petto, pareva non riuscisse più a respirare. Divenne bianco come uno straccio e  stramazzò a terra.
 

(fonte)

ratak-monodosico:

Gli occhi di Santa Maria in Trastevere

 
Questo intarsio marmoreo si trova a S.Maria in Trastevere nella prima cappella entrando a destra e questa sembra sia la sua storia che iniziò in via della Lungaretta e si concluse in S. Maria in Trastevere.
 
Al numero 43 di quella strada alla fine del Settecento, abitava un mercante molto ricco che aveva un figlio sui 20 anni: Cesaretto. Cesaretto era uno scapestrato, sempre all’osteria a bere e a lanciare i dadi, o in casa di qualche prostituta. Rissoso usava il coltello come pochi.
Il vero movente all’origine di quella furiosa rissa con Nino, il suo migliore amico, non si conobbe mai. Donne? Debiti di gioco? Sta di fatto che l’oscura faccenda suscitò un violentissimo duello che ebbe luogo dietro l’Ospizio dei Genovesi. Qui Cesaretto dopo un ultriore alterco estrasse il coltello e infilò sei pollici di lama affilata, nello stomaco dell’amico. Nino restò in piedi un momento, appoggiando la schiena al muro, e guardò fisso, con gli occhi sbarrati l’avversario, senza una parola, senza un lamento. Poi lentamente si accasciò in una pozza di sangue. Cesaretto fuggì e pagando dei contrabbandieri, passò al sud, nel Regno dei Borbone.
Fu nel suo esilio che dette i primi segni della sua ossessione disegnando occhi dove capitava, incidendoli con la punta del coltello sui tronchi o disegnandoli col carbone sui muri.
 
Passarono anni fino al mattino di novembre freddo e piovoso che vide Cesaretto tornare a Roma. Sicuramente non era più il Cesaretto che aveva lasciato la città fuggendo. Camminava curvo, aveva gli occhi infossati, e malgrado fosse sui trentacinque pareva un vecchio: stempiato, i pochi capelli precocemente ingrigiti. Soprattutto chi lo ricordava arrogante, borioso e violento, ora lo vedeva spento e timoroso, come tormentato da qualche fantasma. Aveva gli occhi infossati e lo sguardo allucinato, un continuo leggero tremito gli scuoteva le mani. I marinai del battello su cui aveva viaggiato, raccontarono strani episodi. A volte durante la navigazione essi avevano pescato grossi pesci con grandi occhi rotondi. Lui urlava che togliessero quei pesci dalla sua vista perché lo guardavano e lo facevano impazzire. Altre volte era salito sul ponte della nave durante la notte, e urlava ai demoni che lo tormentavano di tornare tra le onde e di lasciarlo in pace.
Continuava a vedere occhi che lo scrutavano.
 
La madre soffriva le pene dell’inferno nel vederlo ridotto in quello stato e lo esortava, anzi lo spingeva in ogni modo a rivolgersi a don Sebastiano, viceparroco di S. Maria, un prete di cui quella donna aveva grandissima stima. Cesaretto era caparbiamente contrario a quell’incontro. Quando i fratelli minacciarono di portarlo fin là con la forza si chiuse e digiunò per tre giorni. Finché un giorno accadde qualcosa di molto diverso. Una mattina vedendo sua madre piangere disperata Cesaretto si scosse, parve prendere una decisione, sembrò tornare ad essere quello di un tempo, risoluto ed energico, ma aveva un’espressione disperata e così cupa da impressionare. Si vestì con gli abiti della festa uscì e prese via della Lungaretta verso piazza S. Maria in Trastevere. Camminava come un automa ed era pallido come un morto ma si diresse decisamente verso la chiesa, esitò un attimo sotto il portico e si appoggiò al muro, infine entrò. Ma non si diresse verso la sagrestia dove poteva trovare don Sebastiano. No. Si diresse verso la prima cappella della navata destra che allora aveva la cancellata aperta. Entrò e si pose davanti alla perete a destra entrando, e a bassa voce disse: “Basta, ti chiedo perdono, lasciami in pace” poi si mise una mano alla gola, e l’altra al petto, pareva non riuscisse più a respirare. Divenne bianco come uno straccio e stramazzò a terra.